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Omaggio a Ninni Vaccarella: amato alla “Targa”, imbattibile ovunque

Autore: Michele Di Mauro · Credits Ph: -

7 Ottobre 2021
Omaggio a Ninni Vaccarella: amato alla “Targa”, imbattibile ovunque

Gli appassionati di motorsport e automobilismo in genere ricorderanno il 2021 come l’anno che, tra le altre cose, ci ha strappato un’autentica leggenda nazionale.

Nato a Palermo il 4 marzo del 1933, Nino Vaccarella era uno degli ultimi testimoni dell’epoca d’oro delle corse automobilistiche. Un protagonista assoluto di uno dei periodi, sportivamente parlando, più belli di sempre, quello a cavallo tra gli anni sessanta e settanta.

Anni favolosi in cui le auto erano veloci, i piloti erano eroi, e la somma dei due andava a creare un connubio affascinante e carico di passione ma al tempo stesso semplice, genuino, terreno. Un universo al quale era molto più facile appassionarsi di quanto non lo sia oggi, in cui tutto è rarefatto, irraggiungibile ed eccessivamente, sfacciatamente, costoso.

È importante definire questo quadro d’insieme per poter tracciare adeguatamente il profilo di quel pilota, orgogliosamente siciliano, passato alla storia come il “Preside Volante” o il “Re delle Madonie”. Vaccarella era un siciliano puro, un portabandiera della sua terra, dove pure ha vinto la Targa Florio, la gara siciliana per antonomasia, la “cursa” come la chiamano giù, ma non solo. Vaccarella non era un pilota locale, anzi. Come lui stesso ci teneva a ribadire spesso, la Targa era la corsa di casa, quella dove l’affetto e il legame col pubblico era più forte, ma non era la sua preferita.

“La Targa Florio per i siciliani era tutto. Un mito, una leggenda. Una gara difficilissima, piena di insidie, con curve a salire e a scendere, lente e veloci, con diversi tipi d’asfalto, con l’attraversamento dei paesi, con le pecore che potevano sbucare dai campi. Per la Sicilia la Targa Florio era una festa. La gente partiva presto dalle case, piantava le tende, accendeva i falò e cucinava. Scommetteva perfino. Erano 72 chilometri di pubblico, di tifo scatenato, di colline piene di gente. E se io mi ritiravo, il pubblico se ne andava. È stata una bellissima storia d’amore.”

Lui che aveva corso e vinto, praticamente in tutto il mondo, amava i grandi circuiti veloci come Le Mans o il vecchio Nürburgring. Ma alla sua Sicilia era legato in maniera indissolubile. “Se la Sicilia ha un volto automobilistico, questa ha la faccia di Nino Vaccarella” diceva di lui Enzo Ferrari. Un uomo che è stato non solo un pilota vincente, ma anche l’incarnazione del talento, dell’orgoglio e del riscatto di un popolo.

Laureato in giurisprudenza, alla prematura morte del padre “Ninni” Vaccarella eredita, con la sorella, la conduzione di un istituto scolastico privato. Dal padre eredita anche una Fiat 1100, con la quale si cimenta nelle prime corse locali, fomentato dalle macchine e dai piloti del Giro di Sicilia, che all’epoca gli passa letteralmente sotto casa: gente come Piero Taruffi, Gigi Villoresi, Alberto Ascari. La 1100 non è di sicuro una macchina sportiva, ma basta comunque per fare le prime esperienze, i primi “danni”, ma anche per guadagnare i primi piazzamenti e dimostrare di avere “la stoffa”.

Nella seconda metà degli anni cinquanta il professore acquista una Lancia Aurelia 2500, con cui partecipa a diverse cronoscalate, e poi una Maserati, con cui finalmente può competere ad armi pari con la concorrenza. Al volante di questa vettura, con cui corre nella categoria Sport 2000, si fa notare dal conte Giovanni Volpi, dal quale arriva il primo vero ingaggio: si tratta della Scuderia Serenissima, un team dalle vetture e dai piloti eccezionali. Compagni di scuderia come Joachim Bonnier, Graham Hill, Maurice Trintignant. Il meglio dell’automobilismo di allora.

“Prima di iniziare a correre, volevo diventare come Ascari, Fangio e Moss. Però sentivo di avere una mia fortissima personalità: io volevo diventare Vaccarella. Nino Vaccarella che batteva i campioni. I miei amici pensavano fossi pazzo. Ma quando poi cominciai a vincere le gare importanti, mi guardarono con occhi diversi”.


È il primo passo verso una carriera radiosa, lunga 18 anni, che lo vedrà impegnato in oltre 120 gare, Formula 1 compresa, e tante, tante vittorie, incluse tre Targa Florio: nel 1965 su Ferrari 275 P in coppia con Lorenzo Bandini, nel 1971 con Toine Hezemans su Alfa Romeo 33/3 Sport Prototipo e nel 1975 con Arturo Merzario su Alfa Romeo 33TT12, nella sua ultima gara da pilota, un saluto in grande stile voluto espressamente dal patron dell’Autodelta Carlo Chiti. Una tripletta che è riuscita solo a Olivier Gendebien e Umberto Maglioli, oltre che a lui.

Sono infatti le Sport-prototipo le preferite da Vaccarella, tanto schivo e riservato quanto determinato al volante: con loro conquista il titolo mondiale nel 1964 su Ferrari e con loro firma le sue imprese più belle, alternando sempre l’attività di pilota con quella di preside, perennemente diviso tra banchi e cordoli. Un impegno, quello scolastico, che, assieme al legame viscerale con la sua terra, lo porta a declinare l’invito del Commendatore a trasferirsi a Modena. Una scelta che inevitabilmente lo penalizza rispetto ad altri piloti ufficiali, ma che dà la misura dell’uomo e del suo modo di affrontare la vita.

“Il mio circuito preferito è il vecchio Ring, senza dubbio. Un circuito terribile, che non perdonava. Difficile, difficilissimo. Il più difficile circuito del mondo. Perché era veloce. La Targa non era veloce… Di me dicevano che ero l’uomo della Targa, e lo sono stato, ma non la amavo particolarmente: ero l’uomo delle grandi velocità. Amavo Le Mans, Spa – Francorchamps, i curvoni da trecento all’ora. In Targa Florio primeggiavo perché dovevo primeggiare: per la grande conoscenza che avevo del circuito e soprattutto perché sono siciliano.”

Resta celebre l’episodio in cui, al termine della 24 Ore di Le Mans del 1964, vinta in coppia con  Jean Guichet, Vaccarella abbandona i festeggiamenti per correre in aeroporto e volare in Sicilia per essere a scuola l’indomani mattina. Una vittoria comunque storica, sulla Ferrari che tanto amava e a bordo della quale ha lasciato il segno, lui che pure ha stretto il volante di Maserati, De Tomaso, Lotus, Porsche, Alfa Romeo.

Su Ferrari ha vinto la sua prima “Targa” col compagno Bandini, ma ha trionfato anche al Nürburgring con Scarfiotti e alla 12 Ore di Sebring con Ignazio Giunti e Mario Andretti. Nomi mitici, che rimandano a un mondo che non c’è più, fatto di gare lontane raccontate da radio gracchianti, e di gare vicine, assordanti, vissute affacciati ai balconi in paese o assiepati lungo i rettilinei di campagna. Un mondo che pian piano svanisce, si sgretola. Un mondo del quale, lo scorso 23 settembre, il Preside più famoso delle corse ha portato via con sé un altro, bellissimo pezzetto.

“La felicità è far sì che si avveri il proprio sogno. Non sono i soldi, non è la fortuna. Io avevo un sogno e l’ho realizzato. Da solo. Vaccarella è diventato grande da solo”.

Tags: ferrari, formula 1, porsche, sicilia, Targa Florio, Vaccarella



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